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Linux Sezione dedicata ai sistemi operativi di casa Linux.

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Vecchio 02-05-2007, 13.00.26   #1 (permalink)
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Linux

Linux non è solo un sistema operativo ma anche un modo per concepire la programmazione e lo sviluppo del software. Tanto si sente parlare in questi periodi di Linux e di free software; il problema maggiore è che molti ne parlano perché qualcuno ne ha parlato loro, e spesso queste informazioni "tramandate oralmente" iniziano a circolare in maniera errata o con qualche tipo di "personalizzazione" che nulla ha a che vedere con ciò che in verità è la filosofia Linux.

Leggevo pochi giorni fa in un quotidiano locale questa definizione di free software: «Distribuire un software come 'free software' altro non vuol dire che rilasciarlo come freeware ma per i sistemi Linux» che si concludeva poi con: «[...] e le aziende possono prendere questo software per rivendelo ad ignari clienti». Partiamo da questi esempi per illustrare per sommi capi cosa sia effettivamente il free software.

In prima battuta, si può dire che un software rilasciato come free sia un software liberamente utilizzabile da chiunque senza alcuna restrizione, in forma sorgente o compilata; anche la distribuzione e la modifica dello stesso non sono vincolate sebbene, in caso di modifiche all'originale, ne debba essere sempre essere indicato l'autore.

Con queste poche righe, che spiegano per sommi capi cosa sia il software free (o libero), abbiamo già demolito le tesi errate citate poco sopra: il freeware ed il software libero hanno in comune soltanto la non onerosità del prodotto, ma il secondo è molto di più: spesso, anche l'autore del più misero programma freeware non ne fornisce i sorgenti, mentre grazie al software libero possiamo, se capaci ed interessati, leggere i sorgenti di programmi come Apache, sendmail e molti altri. Inoltre, il programma freeware non è modificabile, cosa che non avviene con il free software a patto che l'autore delle modifiche non reclami la paternità del software.

Prendiamo ora la fine della definizione sopra riportata: il software distribuito come free può essere venduto? La GPL (Generic Public License, Licenza Pubblica Generica), che definisce cosa sia e come debba essere trattato il free software, non lo nega affatto, sebbene ci siano delle clausole: non è in nessun caso possibile far sembrare il software come proprio solamente perché lo si vende e non si può vendere un software rilasciato come free con una differente licenza d'uso; per questo, gli utenti che sopra sono definiti "ignari" non lo sono affatto o, almeno, non dovrebbero esserlo!
Il consiglio è comunque di leggere per intero la GPL reperibile tramite qualsiasi motore di ricerca o, per chi abbia già Linux installato (o sia in procinto di farlo!), nelle directory di documentazione del programmi, solitamente /usr/doc/*. Una traduzione in italiano è reperibile sul sito di Open Press.

Adesso, come per tutte le cose, cerchiamo di ridimensionare il discorso: Linux non vive solamente di software libero, esistono anche realtà che scrivono software proprietario e non è sancito da nessuna parte che utilizzando Linux si debba utilizzare solamente software libero (software che comunque esiste anche per altri sistemi): pochi sono, in verità, gli esempi di software a pagamento o shareware: più spesso si vedono pacchetti etichettati come "non-free" per il fatto, ad esempio, di contenere algoritmi proprietari (si pensi al formato Gif, ad esempio); oppure perché tale software sia liberamente utilizzabile da privati ma non a scopo commerciale oppure sia distribuito solamente in forma binaria (come Netscape). Ma prendiamo l'esempio del software non utilizzabile liberamente per scopi commerciali: perché etichiettarlo "non free" quando per l'utente casalingo non lo è? Semplicemente, per il fatto di non essere attinente ai dettami della GPL, che indica software free il software che ha le caratteristiche viste sopra indipendentemente da chiunque ne faccia uso ed in qualsiasi situazione.


Le distribuzioni

Iniziamo anche questo capitolo predendo in esame uno dei più frequenti errori che si compiono: "Qual'è l'ultima versione di Linux?" oppure "Quale versione devo installare?". Queste due frasi non hanno di per sé alcun senso, visto che non esiste una "versione di Linux", né tantomeno una che convenga installare al posto di un'altra. Ciò di cui invece ha senso parlare è, casomai, la versione del kernel di Linux e la distribuzione da installare. Se del primo ci interesseremo più avanti, le distribuzioni sono l'argomento che tratteremo in queste pagine.

Fare la solita lista delle distribuzioni ci sembra qualcosa di abbastanza inutile, ed abbiamo così deciso di illustrare per sommi capi solamente le distribuzioni più note; sappiate comunque che, oltre alle sei che citeremo ne esistono molte altre, alcune note altre praticamente sconosciute nel nostro paese.

Partiamo con un nome molto noto: RedHat. Questa distribuzione, che è alla base di moltissime altre distribuzioni, sembra essere una delle più complete nel panorama Linux anche se, per ciò che molti chiamano "commercializzazione", sembra che l'eccessiva fretta nel rilasciare nuove versioni con software aggiornato porti spesso ad un numero troppo alto di bug (errori del software) che risultano fastidiosi all'utente finale. Non va dimenticato comunque che, grazie al lavoro della casa produttrice nonchè degli utenti e degli sviluppatori, i bug riscontrati abbiano spesso vita molto breve.

Se RedHat è la distribuzione più nota a livello mondiale, Debian è la distribuzione che meglio incarna la filosofia del software open source. I cd ufficiali, infatti, contengono solamente software protetto da licenza GPL o equivalente, sebbene sia possibile avere anche un ulteriore cd contenente il software detto non-free (perché protetto da licenza proprietaria o perché, sebbene GPL, dipende da software non libero). Debian, oltre che un'ottima distribuzione è la dimostrazione di come con il solo software libero sia possibile allestire server completi e, negli ultimi periodi, anche avere un'ottima stazione di lavoro per i compiti di tutti i giorni. Un elemento penalizzante (a detta di molti, sebbene noi non ci troviamo d'accordo!) è la presenza di un tool di installazione gidicato troppo complesso e la mancanza di strumenti che rendano facili l'amministrazione del sistema.

Un'altra distribuzione molto nota ed utilizzata anche in Italia è la tedesca SuSE; questa distribuzione sembra davvero essere (Debian a parte) la distibuzione corredata dal maggior numero di applicazioni. Inoltre, cosa non di poco conto, è corredata di un tool (YAST, acronimo per 'Yet Another Setup Tool', ossia 'l'ennesimo tool di setup') che permette sia una facile installazione agli utenti poco esperti che una veloce amministrazione agli utenti più smaliziati, che comunque sembrano sempre preferire il lavoro fatto a mano.

Quarta distribuzione della nostra brevissima carrellata è Slackware, che si dice sia la preferita dai più esperti per la mancanza quasi totale di tools di configurazione: tutto questo lavoro deve essere svolto manualmente, vero incubo per gli utenti agli inizi! Il lato positivo è comunque che, se si sa come agire per configurare il sistema, si avrà sempre tutto sotto il massimo controllo.

L'ultima distribuzione è OpenLinux di Caldera: la particolarità di questa distribuzione è, oltre ad un setup semplificato ed assistito, il target a cui si rivolge. OpenLinux è infatti pensata come "distribuzione per l'ufficio" e viene fornita, al contrario di RedHat, di software non recentissimo (a meno di reali necessità) e per questo più testato e, almeno in teoria, privo di bug e sicuro. Per un uso domestico, comunque, ci sembrano più appropriate altre distribuzioni.

A questo punto abbiamo tracciato per sommi capi i profili delle distribuzioni più note: ma la sostanza è diversa da distribuzione a distribuzione? Certamente no, il cuore del sistema è sempre lo stesso kernel ed il software, sebbene possa essere più o meno recente, è sempre il medesimo; inoltre, nonostante la presenza di tools di configurazione e di amministrazione, è sempre possibile armarsi di editor ed andare a configurare a mano tutto il sistema.

Ma allora, cosa differenzia le distribuzioni? Spesso, una volta installate e configurate, veramente poco! Altre volte, invece, i file e le directory sono organizzati in maniera differente per scelta di chi produce la distribuzione (visto che nulla in Linux è imposto): ad esempio, gli script di inizializzazione del sistema (detti script di init, di cui ci interesseremo a breve) si possono trovare in /etc/init.d oppure in /etc/rc.local/init.d; ancora, determinate distribuzioni definiscono delle 'policy' per cui, ad esempio, la radice di tutte le librerie debba essere collocata in una determinata directory e via dicendo.

Una volta che si sappia come gestire il sistema, comunque, si riuscirà senza troppi problemi a destreggiarsi anche davanti a tali problemi per, ad esempio, un cambio di distribuzione o la reale necessità di lavorare con un sistema differente. Un'altra importantissima differenza fra le distribuzioni, lasciata in parte fino a questo momento, sono i pacchetti:....

I Pacchetti


Quando si parla di pacchetti si intende un archivio di file contenente del software (compilato o in forma di sorgenti), pronto per essere installato sulla macchina in maniera, solitamente, quasi del tutto automatica; a differenza degli archivi contenenti i sorgenti, con i pacchetti precompilati non ci dovremo preoccupare di compilare ed installare il software, con tutte le opzioni del caso: chi ha creato il pacchetto è sicuramente una persona preparata e con un sacco di esperienza alle spalle; inoltre, il suo pacchetto sarà certamente stato testato prima di diventare scaricabile da tutti e, ultimo ma non meno importante, il pacchetto è molto più semplice da rimuovere. Il tutto sta, ovviamente, nel saper scegliere i pacchetti giusti!

I formati più utilizzati di pacchetto sono i ".deb" e i ".rpm": i primi sono utilizzati da distribuzioni come Debian e relative derivate, i secondi da RedHat e derivate (ma anche da SuSE).

Qui nasce il primo grande dubbio: un pacchetto di RedHat può essere installato anche su una SuSE e viceversa? In fondo, il formato del pacchetto è lo stesso! In genere, operazioni di questo tipo portano ad avere il software installato e funzionante, sebbene non siano troppo consigliabili.

Chiariamo il tutto con un esempio: utilizzate una SuSE e volete installare il pacchetto "abc.rpm" scaricato dal sito di RedHat: esistono alternative? Almeno due:

* se il pacchetto esiste per una distribuzione, con grandissima probabilità esisterà anche per le altre, quindi basterà una ricerca sul sito di SuSE per vedere se anche loro hanno rilasciato tale software come pacchetto rpm;
* dovesse non succedere, il software sarà certamente presente in formato sorgente, quindi basterà un po' di coraggio per compilarsi il pacchetto e, per i più stoici, potrebbe essere anche una buona scusa per creare il primo rpm fatto in casa! Pochi sono i programmi che non si possono ottenere in questo modo: spesso sono solamente i programmi di installazione e configurazione della distribuzione che, sebbene siano spesso forniti come codice sorgente, servono solo a fare danni se portati su altre distribuzioni.

Vediamo ora, in chiusura dell'argomento, come effettivamente si installino tali pacchetti. Per gli rpm, esiste un apposito programma di gestione chiamato con molta originalità, rpm (RedHat Packet Manager), la cui sintassi generale è: rpm [opzioni] pacchetto.rpm

In [opzioni] si può specificare cosa fare con il pacchetto: installarlo (-i), rimuoverlo ( e), aggiornarlo (-U), eseguire una "finta installazione" per controllare se tutto può essere realmente eseguito senza problemi (--test) ecc. Per la gestione dei pacchetti .deb esiste invece il programma dpkg, la cui sintassi di base è identica a quella di rpm; anche le operazioni (installazione, rimozione, query ecc.) di gestione del pacchetto sono pressochè le stesse.

Ma come sono fatti, si chiederà qualcuno, i pacchetti al loro interno? Chi abbia creato almeno una volta un pacchetto sa che non basta creare un archivio di file, ma serve qualcosa in più: se di base all'interno di un pacchetto la parte predominante sia l'archivio contenente i file necessari al programma, non si può dire che sia tutto qui! Un pacchetto contiene molte informazioni in più del semplice archivio: ad esempio, è presente in ogni pacchetto la descrizione del programma, la lista delle dipendenze che devono essere soddisfatte per la corretta installazione del software, le directory nelle quali devono essere copiati i file del programma e via dicendo. Un pacchetto, quindi, può essere visto come un archivio (contenente il software) accompagnato da una serie di informazioni per l'installazione (ma non solo: anche per la rimozione, per l'interrogazione ecc) del software stesso.

E il tutto in un solo file: potrà tornare utile come esempio il famoso "setup.exe" di moltissimi programmi scritti per sistemi Windows: in un file è contenuto il programma e le istruzioni per la sua installazione, sebbene un pacchetto per Linux sia molto più flessibile e completo!


I Bootloader


Prima di passare ad uno degli argomenti di maggiore interesse, ossia
l'installazione del sistema, è necessario spendere qualche parola sul bootloader.

Il bootloader è un piccolo programma utilizzato, come suggerisce il nome stesso, per il boot del sistema. Spesso si commette l'errore di identificare il bootloader con il programma che lo fornisce: prendendo come esempio il loader più utilizzato, LiLO (Linux LOader), si dice che questo sia il bootloader anche se in realtà non è propriamente così: LiLO (il programma) fornisce il bootloader.

Il funzionamento di un booloader è assai complicato ma lo si può sintetizzare e semplificare in poche fasi:

* in un primo momento, il BIOS della macchina carica il bootloader;
* questo, in seguito, carica il kernel del sistema o i "boot sectors" di altri sistemi operativi (come Windows) passando ad altri programmi la successiva operazione di boot (COMMAND.COM in Windows).

A questo punto la funzione del boot loader è terminata ed inizia la vera e propria fase di bootstrap del sistema operativo.

Ma dove risiede il bootloader? Molti l'avranno cercato in lungo e in largo per il proprio hard disk senza trovarne la minima traccia, altri ancora se lo saranno chiesti senza però indagare troppo sulla sua locazione. Ebbene, molto spesso il bootloader viene installato su una particolare zona del disco detta MBR (Master Boot Record), corrispondente ai primi 512 byte di un disco, che può essere divisa in due parti (sarebbero in verità tre ma per semplicità non consideriamo l'ultima): la zona del "Program Code", di 446 byte, e la "Partition Table", di 64 byte. La prima non è altro che la locazione dove fisicamente viene installato il bootloader, mentre la seconda, come il nome stesso suggerisce, è utilizzata per definire le partizioni presenti sul disco.

Adesso che per sommi capi abbiamo visto il funzionamento di un bootloader, vediamo quali sono i loader più utilizzati sotto Linux.

Primo fra tutti va citato certamente LILO, probabilmente il più diffuso ed affidabile, con il supporto per moltissimi tipi di filesystem. Nelle ultime versioni è stato corretto un bug che impediva a LILO di installarsi in dischi di determinate dimensioni, rendendolo quindi inutilizzabile con i moderni dischi di grande capacità.

Del tutto differente rispetto a LILO è LOADLIN, che permette di "arricchire" un normale boot di un sistema DOS (e quindi anche Windows!) in modo da riuscire ad avviare anche altri sistemi. Il funzionamento di LOADLIN, visto daun punto di vista non tecnico, è semplicissimo: nel file AUTOEXEC.BAT (o CONFIG.SYS) è inserita una chiamata a LOADLIN stesso e, tramite un file come BOOT.SYS che contiene i dati per i sistemi operativi da avviare, è possibile effettuare la scelta del sistema da avviare. Il vantaggio di LOADLIN si fa sentire quando si installa Linux su un disco che già ospita Windows: non è necessario ridefinire o modificare alcun settore di boot, visto che LOADLIN non va a scriverci ma è richiamato dopo che l'MBR è stato letto.

Una menzione a questo punto merita anche GRUB, un loader recente che, in pochissimi Kb, permette operazioni a dir poco stupefacenti. In primo luogo, la schermata di selezione del sistema da avviare non è più a caratteri, ma possiede una gradevole e semplice interfaccia grafica. Inoltre, è dotato di una minima shell che permette di "vedere" le partizioni (ma anche i singoli file!) addirittura prima che il sistema venga avviato! Questa operazione, sebbene non troppo adatta a chi sia alla prime armi, è utilissima per recovery o boot di un kernel non precdentemente specificato al momento della configurazione. Ultimo ma non meno importante, GRUB è distribuito con licenza GPL, a differenza di LILO.



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garrr
io mi istallo backtrack cm decidero di fare questa famosa formattazione XD
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